- Giacomo Cerrai -
inediti tratti da raccolta senza titolo
- di questo prefestivo -
di questo prefestivo si può dire
tutto il bene possibile –
c’è solo la guardia medica
la cura necessitata solo
se strettamente impellente
se si avesse paura di guardarsi -
pertanto l’ozio o a scelta
il verde paradossale dei semafori
il passaggio di ombre
verso i campi espropriati ove
raffredda nelle nuove piazze il cristallino
d’un finale azzurrino di montagne:
o svago scacciapensieri muto struscio
nei centri commerciali ove
tutti uguali agli specchi alle vetrine
ci riscopriamo diversamente abili
appoggiati ai carrelli
in questa luce setosa e periferica
- vicini a casa i non luoghi perciò
sicuri di tornare per cena
e non sapendo che fare senza rischi
guardiamo le facce onde
il feriale impietoso si prolunga... –
- conversazione -
pensavi alla democrazia dei desideri
- o forse delle voglie - :
quel ché di terra terra
che non eleva e ci pone tutti
sugli scaffali ai piani bassi
- tutti più vicini alla polvere - ,
cose che attingono la dimensione degli eroi,
poi deragliano in una semplice ripetizione
di eventi serafici...
Ma è roba - dico - di tutti i giorni,
la carta straccia dei gesti, l’acquisto
di parcelle significative,
la domestichezza lenitiva del tangibile.
E’ questo, suppongo... aspirando
alla semplicità dell’ora, l’illusione
del tutti uguali, il sogno che si replica.
Ci serve desiderare? essere? quando espira
questo premere sull’acceleratore?
dove il riconoscimento di noi, in noi?
Se tutto scorre più svelto
la vita non si mangia…
Ti guardi le dita: sembra riflettendo
enumerazione infantile di pochi averi,
il computo di certi nodi…
- Mai più, probabilmente -
Osservo - qui alla riva -
il vogatore preso
tra luce e trasparenza delle erbe,
la testa china al fiato,
senza altri pensieri
che il mero fendersi dell’acqua.
La vita controcorrente sfila,
scivola via alla voce, il remo
che schiara appena il torbido,
gratitudine in questo,
quasi segno che
bambini e fiori e cani
che scorrazzano,
anche gli amori annegati,
siano per qualche ragione.
La scena non si ripete.
Nella scia una specie d’addio
che cade,
come un braccio deluso, la voce
che s’allontana una canzone spenta.
E l’ora diradandosi,
calandosi della luce
sui marezzi, il fradicio
scostarsi delle canne.
La corrente – credo -
non ha amore o voglia
di riportarlo indietro.
giu. ’06
ver. 23/09/2006
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