Non fu fuoco sulla faccia
forse solo terra dura
crivellata
sotto il peso della vita
dell’ “Avanti!” dell’erbetta…
Dolci visi angeli morti
grossi rospi intermittenti
mai del tutto seppelliti tra i tendaggi
— tutto un mondo in piccoli particolari —
costole di cani
infiniti lunghi spettri
luminosi di corolle e fiori informi
incagliati per scurire i tuoi ricordi grano e luce in un colore.
(le due cose stanno sempre insieme)
...
Per aria al mercato…
Un inferno di grucce e stoffe…
Fruttivendoli poco commossi per il calore dei pomodori…
Passeggiavi…
E sfocava l’avvinghiarsi sessuato delle voci
pietre grosse troppo leste a sbriciolarsi
se il tuo dito se n’andava alla ricerca di qualcosa che piacesse
se s’apriva luminoso il paradiso in un momento principale
e saltava
luccicante
subitanea si squarciava la città.
...
Tutt’ignari dei pericoli i volatili ci sembrarono i più vivi
voli viola a capofitto scuri
volteggiando
negli sforzi delle nuvole e nel sole
e col fuoco del fornello dopo acceso azzurro in quel bel giorno
facevamo le scarpette lungo i fondi delle pentole
dimenticando tutti calce viva e piedi sporchi
l’altrui colore sempre più lucente
denti bianchi sani e forti
e un’altra nota non poco importante
il nostro essere incantata inconsapevolezza
il nostro buon funzionamento umano.
...
Dovette piovere molto sul clima indorato di quei giorni
ci muovemmo mosche negli occhi
fessi
caldi dentro ad illuminazioni e soli assenti
decapitati nelle intenzioni delle luci
e alcuni giacevano morti
e un morto canticchiava fra sé e sé.
Non si capiva il vespro
l’accecarsi nella luce attonita
il nero invadente sotto gli ombrelli nel sapore dorato dei corpi
dei sogni rubati ad immaginazione dalle menti degli altri
non s’avvertiva che poco quel sale sugli occhi
la vaga sensazione erotica
di madri felici cullando cullando fagotti di figli inesistenti
ma a noi la materialità non importava
la luce falsa
profeti indossammo del tutto anche noi i nostri occhiali fumé
e ancora nel sole altri corpi
cumuli di mani nel sudore nudo dei petti
agnizioni squarciate di brevi momenti percossi
i figli dei figli dei figli giocavano ai morti
e un cane canticchiava fra sé e sé.
...
Moriva
da lontano
l’abc sulle lavagne sporche…
Nient’altro che improbabili insettini piccoli
obbligati dall’invidia dei palazzi
perdemmo in pochi giorni il nostro onore
tra i giochi dei quattro cantoni.
Furono grandi risate come tagliole accecanti
e non ci impressionarono i cazzi puzzolenti dei soldati
le nostre donne bionde di menzogne e pastarelle
in ogni via il trionfo della gioventù splendente
un peso perdifiato come d’allitterazioni collettive
e se n’andava via la grigia marcia eterna
l’esercito raggiante di uomini stracciati nella polvere
così innescammo ancora e quindi l’emozioni nostre
incinte di coriandoli e bombette.
Scontato un mio compare riteneva fossero soltanto favole
e seguitava a noia l’infinito delle trame e le sue ciarle
e a noi non importava niente
e alcuni giacevano morti
e un morto canticchiava fra sé e sé.
DURA JOLE - lettura di Alessandro Ansuini & Cameramix:
Se in ogni modo tieni duro le parole
e dappertutto cadono i capelli
la punta della lancia te la tieni in tasca
e accechi l’angolo dell’occhio
accechi delicata la mancanza d’alleati
triangoli schiacciati senza voglia
sui tuoi cigli (così diresti, forse in modo
involontario) strade impraticate
per sorprenderti legarti in basso
per risucchiati a strozzo dentro al tubo dello scolo
Jole - sudandoti ti chiamano le pile
i prati da lavare ad aspettar distesi
il sole lì tutte le sere tutte che s’assolve
l’orizzonte divorando e l’imbrunire pure.
Sai bene (e ciò ti scuoce) che si va
per tutto il mondo spettinando un po’
Fabrizio Pittalis principalmente produceva poesia, narrativa, riflessioni critiche e recensioni. Aveva progetti su blog.
si è spento a ventiseianni.