Francesco De Girolamo
"La lingua degli angeli " (Edizioni del Leone, 1997)
letture: Chiara De Luca
Mentite spoglie
Quello che vedo non è quello che penso;
quello che dico non è quello che sento;
i miei amici sono i miei nemici;
l’io che non sono ha ucciso l’io che ero.
Portami via con te, portami dentro
il tuo tiepido cielo senza vento.
Tu sola hai la chiave della porta
stretta e segreta, e solo la tua mano
può sollevarmi a stento dall’abisso
voluttuoso del mio nulla in cui cado
inerme ormai da più di mille vite.
Vedo i tuoi occhi chiusi che non parlano
e sento che le tue labbra non vedono
il risveglio nel tuo letto dorato,
dove attraverso il tuo viso, il mio sguardo
afferra in sé il cuore azzurro del tempo.
Ultima grazia
Con tutte le mie forze
ho pregato Dio di non esistere,
di non squartarmi più il cuore sordo
col suo sussurro di vento in tempesta,
di non trafiggermi più con lo sguardo
delle sue gelide stelle inquiete,
di non tendere più le sue mani
nel labirinto del mio placido abisso.
Con tutte le mie forze l’ho implorato
di cancellare il suo nome dalla mia anima,
la mia anima dal suo paradiso,
le mie lacrime dalla sua croce.
La nostalgia della sua ombra infuoca
la stanca apocalisse di un istante
nel pallido riflesso del ricordo...
Con tutte le mie forze ho domandato
l’oblio di ogni sogno sepolto,
il silenzio di ogni richiamo lontano;
e lui, nella sua sconfinata accondiscendenza,
ha accolto la mia preghiera
donandomi la sua Assenza.
Rosso d'oriente
Tutto ciò che risplende è mutevole
come il rosso tenue d’Oriente
che gocciola nel mare già tetro
dietro quella imperturbabile nuvola.
Tutto ciò che risplende non ha quiete.
Tutto ciò che risplende è nulla,
come la stella che svanisce nell’alba,
il desiderio che s’impenna ferito
e folgorato cade prigioniero
nell’abisso di un sospiro.
Tutto ciò che risplende è leggero,
come il tuo incedere distratto
tra la folla, con occhi da straniero
che non appartiene a nessuno,
cui nessuno tende una mano.
Tutto ciò che risplende è lontano.
Francesco De Girolamo è nato a Taranto, ma, da molti anni, vive a Roma dove, oltre che di poesia, si occupa di teatro, avendo curato la regia di diversi spettacoli, tra cui: "Le sette maschere” ispirato a Gibran Kahlil Gibran (1992) ed “Il piacere di dirsi addio" da Jules Renard (1996).
Ha pubblicato le raccolte poetiche: "Piccolo libro da guanciale" (Dalia Edizioni ‑ 1990), con introduzione di Gabriella Sobrino; “La lingua degli angeli” (Edizioni del Leone ‑ 1997) ; “Nel nome dell’ombra” (Ibiskos Editrice ‑ 1998) con una nota critica di Gino Scartaghiande; e “La radice e l’ala” (Edizioni del Leone - 2000) con prefazione di Elio Pecora.
E’ presente nelle antologie“Poesia dell'esilio” (Arlem Edizioni ‑1998), "Poesia degli anni Novanta” (Edizioni Scettro del Re - 2000) e "Haiku negli anni" (Empiria - 2005)
Si sono occupate criticamente della sua opera, tra le altre, le riviste: “Poesia”, “Folium” e “Poiesis”.
Ha collaborato con Teseo Editore per la collana “Di verso in verso”, e con le riviste “La Mosca” e “Polimnia” con recensioni su testi poetici.
Durante il Giubileo del Duemila ha curato una rassegna di poesia mistica nella Basilica di San Nicola in Carcere a Roma, culminata con l’esposizione permanente di una Via Crucis poetica ad opera di autori contemporanei, tuttora, e forse “per sempre”, ospitata nella Basilica, comprensiva di un suo testo sul “Cireneo”.