Indipendenza. Correre mi fa pensare di essere indipendente, di non avere incombenze. Mi fa tornare indietro negli anni: a quando, da ragazzo, come tutti i ragazzi, ero unicamente concentrato a stabilire una connessione tra me e la libidine del giuoco. Che so: un calcio al pallone nel fango del campo spelacchiato sotto casa, o la corsa forsennata verso un cancello - traguardo, o ancora la lotta ad oltranza con la pallina da tennis da scaraventare contro un muro, all’infinito. Così, un po’ alla volta ho imparato a fare ascoltare a tutte le parti del corpo, (un corpo abituato alle prigioni degli impegni) tutti i segnali della natura: vento, pioggia, sole, caldo, freddo, fango; ad espellere le ansie accumulate durante il giorno. Un corpo esausto che sente l’urgenza di ritemprarsi, lavarsi, lucidarsi, immergersi nel time out come un’auto all’autolavaggio. Non c’è fatica nell’allungare la falcata, nell’aumentare la frequenza, quando la mente si svuota e tutto il resto non conta, ti scivola addosso, come le figure che incontri, le immagini i flaschback dell’esistenza che scorrono e si arrotolano come una bobina impazzita, che gira e gira a tempo con i passi, metronomi inesausti. Chi può capire l’esigenza di questa droga chiamata running, se non chi ama scrivere e creare su fogli bianchi, filamenti d’inchiostro, sfogandosii nel gioco indemoniato e liberatorio, di sprigionare la propria innata fantasia, esercizio ricollegabile per appagamento a quello della corsa. Una ricerca al benessere fisico e mentale nello sport, mentale nella cultura. Appagare la propria indole è lo scopo. Creare uno stato di benessere è per me ormai esercizio irrinunciabile. Il mio motto? Le endorfine non si vendono, si fabbricano! Le gare? Solo un optional.

http://audiomp3.altervista.org/immagini/robertomatatona.jpg (foto d'archivio: maratona di Latina 2004)
Siamo venuti a dormire, siamo venuti a sognare
non è vero, non è vero che siamo venuti
a vivere sulla terra......"
pag. 173 (l'ultima)
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“Ho divorato l’ultimo chilometro con la certezza assoluta che l’oro sarebbe stato mio. Una curva a sinistra mi ha infilato sotto le tribune e, dopo qualche secondo, sono stato colpito in faccia dallo schiaffo di luce dello stato Panatinaiko, unico luogo illuminato di un’intera città immersa nell’imbrunire e in attesa dell’epilogo dell’Olimpiade.Si fanno prove, s'archiviano. Poi, un giorno, tra i file: puff!, e pensi : ma è roba mia?
è piovuta allineata l'ombra
in questa casa non vissuta.
chi avrà il coraggio (mi chiedo)
di chiamare per nome le cose,
con occhi in primo piano,
piccoli e rotondi (che distillano
lacrime borghesi). un contesto
poco condiviso, la complicità
d' un viaggio iniziato, mai ultimato.
...se fosse già pronto il mondo
per un altro giro di fiamma,
un'altra rivoluzione imperfetta....
*
dunque. dicevamo della rotazione del polso.
del movimento parziale (intanto i pazienti
vengono ingessati dalla testa ai piedi.
per non farli pensare, saranno riposti
in sarcofaghi. messi sotto sale.)
un uomo prese le gambe e le portò altrove.
altrove la notte non ha stanze, ma un macro
buco nero, che inghiotte cosa dovremo dire
e l'intermittenza di luce buio - buio luce.
*
sta fuori la mente. nel cortile. al fresco.
il nodo in gola si scioglie. intorno
le rane immobili smembrano silenzi
come vecchi autobus fuori linea.
il cane del vicino abbaia alla luna:
"la sfondo", pensa, e rode solitario.
il nome tuo si manifesta sfocato
nell'orbita di bassi cieli stanchi.
Lei non era un soggetto semplice: aveva diverse nature contrastanti che venivano fuori a seconda della luce e dell'angolo e del momento. Da certi angoli sembrava una suonatrice d'orchestra sobria e compita, da altri prendeva un'aria da ragazzina sensuale, da altri aveva un'ombrosità schiva da donna selvatica; da altri ancora sembrava una teppista, da altri una giovane signora borghese. Un momento era timida, e un altro aggressiva; in una luce era molto bella , in un'altra quasi bruttina. Aveva anche una faccia segnata per la sua età, e alcuni denti otturati con amalgama di piombo senza grandi preoccupazioni estetiche . Nell' insieme questi difetti le stavano bene come delle qualità, davano solo un velo di vita al suo modo di essere attraente. Le giravo intorno sempre più vicino, sempre più affascinato da lei, sempre meno professionale.
Arcodamore - A. De Carlo Ed. Mondadori pag.72